Overwhelmed

Non scrivo nulla da più di due mesi. Ci penso spesso, mi viene in mente, poi la vita mi fagocita nelle maniere peggiori.

 

Essere una dottoranda in una città più a nord del previsto (ma non così a nord, dai) è faticoso. E’ faticoso avere difficoltà con un professore, è faticoso essere sola in ufficio a volte, è faticoso essere in una storia a distanza, è faticoso quando tutto sembra oscillare in un’alternanza degna di una tredicenne. 2/3 giorni di gioia e cose belle, 3/4 giorni di tristezze e delusione.  E la fatica di essere sempre in giro, a volte, sembra vincerne la bellezza – quando collezioni ogni 10 giorni 6 ore di treno, ogni mese un aereo, ogni 6 mesi un trasloco.

 

Ma essere una dottoranda con le valigie sempre pronte, una dottoranda sempre in treno, sta anche regalando tante cose belle. Regala viaggi inimmaginabili fino a qualche mese fa, regala conoscenze che riempiono un po’ la giornata e fanno sentire meno sola, regalano amicizie in città a poche ore di treno, da raggiungere una volta ogni quindici giorni per ricaricarsi di tutto quello di cui c’è bisogno per vivere una vita da dottoranda in una città un po’ vuota. Soprattutto regalano certezze che, quando ci sono, sono ancora più forti di prima.

 

Per cui non scrivo, non chiedetemi perché. Forse faccio già fatica ad esprimermi con le persone che ho intorno, figuriamoci sulla carta; forse è solo che a volte spegnere il cervello sembra quasi meglio che scrivere. Ma spero di no.

Sono stata un po’ addormentata, un po’ affaticata, un po’ addolorata, insomma un po’ tutto. Overwhelmed, come ho imparato a rispondere ai miei colleghi per esprimere il tutto.  Ma mi riprenderò, prima o poi, giusto in tempo per condividere un po’ di più questa vita da dottoranda sempre in viaggio.

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Due mesi di Germania

Forse aveva ragione quello, quell’unico che aveva provato a mettere in discussione questa scelta. Quell’unico che “ma perché andare e lasciare tutto per qualcosa di cui non sei poi nemmeno troppo convinta? Perché lasciare tutto quello che hai qui, così bello?”. Probabilmente aveva ragione lui, e torto invece tutti gli altri, che mi hanno riempito di “certo che devi accettare, certo che devi andare, guarda che opportunità, guarda che cosa grande”. Perché ripartire ancora? Perché gettare tutto nel cielo grigio e piatto della Germania? Perché stare male ancora? Mi mancano le cose, gli amici, il caldo. Mi manca la felicità quotidiana dell’Austria, mi manca il profumo dei bambini di Monza, mi manca la bella tranquillità di UnPaese. Ma sopratutto, mi manca la mia serenità, mi manca non essere divorata tutto il giorno da questo groppo alla gola, mi manca quel tempo in cui riuscivo ancora a pensare che c’era un futuro per noi, che saremmo stati felici, che io sarei stata felice. Ed è il dolore costante di vedersi circondata da gente che non capisce, il dolore della solitudine quella vera, quella che ti fa soffrire per il mondo mentre la tua amica, accanto a te, ti risponde che “io non capisco perché questa cosa ti addolora così”. Bisogna essere ciechi, per non soffrire dell’infelicità altrui. Bisogna essere ciechi per non chiedersi se mai tutto questo sarà davvero salvato. Tutto, tutti. Non solo i devoti, non solo i giusti, non solo i piccolo borghesi che si sposano a vent’anni e vincono tutto alla lotteria della vita. Perché che senso ha una salvezza solo per loro? Che senso ha una felicità solo per loro? Alla fine, se non possono essere felici tutti, che diritto avrei ad esserlo io, anche solo ipoteticamente?

Fine di una storia

Non ho bisogno di scriverti, né di parlarti, così avevo cominciato una lettera a Te poco tempo fa, e mi sono vergognata di me stessa e l’ho strappata perché sembrava una cosa così stupida scrivere una lettera a Te che sai ogni cosa.

Ho mai amato tanto M. prima che  amassi Te?

O era veramente Te che amavo tutto quel tempo?

Ho toccato Te quando toccavo lui?

Avrei potuto toccare Te se non avessi toccato lui prima, toccato come non ho mai toccato nessuno?

E lui mi ha amata e toccata come non ha fatto mai con nessun’altra donna.

Ma era me che  amava, o Te? Perché odiava in me quello che Tu odii. Era dalla tua parte senza saperlo tutto il tempo.

Tu hai voluto la nostra separazione, ma anche lui l’ha voluta. L’ha preparata con la sua ira e la sua gelosia, e l’ha preparata con il suo amore. Perché mi ha dato tanto amore, e io gli ho dato tanto amore che presto non è rimasto nient’altro quando abbiamo finito, all’infuori di Te. Per nessuno dei due.

Avrei potuto impiegare tutta una vita dando un poco d’amore per volta; diluendolo qua e là. Ma anche la prima volta abbiamo speso tutto quanto possedevamo.

Tu eri lì che ci insegnavi a dissipare come l’insegnasti al ricco, in modo che un giorno non ci rimanesse più nulla salvo questo amore per Te.Ma sei troppo buono verso di me. Quando ti chiedo dolore mi dai pace. Dalla anche a lui. Dagli la mia pace; è lui che ne ha più bisogno.

(G.G.)

 

Che tutto questo fremito trovi finalmente pace

Mentre io sono in Germania, un po’ triste e con tanti dubbi, leggo di quello che sta succedendo a casa mia. Una casa che mi manca, in cui vorrei tornare – e che trema. Una dottoranda con le valigie non vi parlerà del terremoto, non scriverò un pezzo commovente o di informazione. Scrivo perché ho saputo del tremare della terra proprio quando la terra del mio cuore ha cominciato a tremare di nuovo. Perché anche se tutti insistono sempre che io stia facendo la cosa giusta, anche se andare sembra sempre meglio che rimanere, anche se tutti sostengano che questa sia la cosa migliore per me – ecco, anche con tutti questi anche se, qui tutto trema. Trema la certezza che ci sia un disegno buono in tutto questo, trema il rapporto che stava illuminando tutto, trema lo sguardo guardando al futuro. Il fremito che domina la notte, in Germania come in Italia, sembra ributtare tutto a terra ancora una volta come a dire “ma cosa conta davvero per te?”.

E ancora una volta, nella notte, manca il fiato e viene quasi da scoppiare quando la risposta si attarda, quando la pace non torna, quando il fremito continua indistintamente e in modo assordante a sconvolgere il cuore. In Germania come in Italia.

Quando torni a casa – anche solo per un po’

Quando sei una dottoranda con le valigie, ogni tanto capita di poter tornare a casa. Di avere  il privilegio, la grazia, di poter stare qualche giorno a casa tua, quasi come ospite, quasi come se però non te ne fossi mai andata. Sia chiaro, sono via da un mese. Ma la sensazione, tra un viaggio e l’altro, è quella di non esserci mai, di essere via da una vita. Vedere la propria famiglia e pensare a quanto è difficile non averla vicina, capire che questo vuol dire crescere ma che per alcuni sembra più facile, al paese. Gli amici si sposano, fanno figli, comprano casa, mentre io sono al nord tentando di tenere insieme tutti i fili. Mentre la maggior parte dei fili scappa via, non si trattiene. Troppe cose, veramente troppe. Prova a fare questo, scrivi quello, cerca di portare a termine quest’altro. E alla fine ci si ritrova a fare tante cose in modo discreto, quasi mediocre. Mentre viene un po’ di invidia verso chi ha deciso (o meglio, a chi è capitato) di rimanere, di fare la moglie o l’insegnante o comunque una cosa. Una. Di concentrarsi su un filo solo e non lasciarselo sfuggire.

Io non so. Quando torno a casa, vedo tutti i fili ingarbugliarsi, fare i nodi e non tornare più normali. Vedo che questa tristezza non se ne va mai facilmente e che alla fine mi sento sempre come un gomitolo di cui non ho ancora trovato l’inizio. Ammesso che sia.

Su suolo teutonico – da due settimane

Da ormai due settimane, la dottoranda con le valigie è sbarcata su suolo teutonico. Ebbene sì, col cuore in mano e lo zaino in spalla mi sono trasferita nel nord, o forse ovest, della Germania. Dipende dai punti di vista. Da due settimane combatto con la burocrazia tedesca – io pensavo che l’Italia fosse il peggio, invece da noi magari saranno inefficienti ma almeno hanno un cuore. Qui nemmeno un briciolo. Da due settimane siedo in un ufficio enorme e bianco, ancora da rendere casa con foto alle pareti. Da due settimane ho due colleghi: il CollegaInglese e la CollegaDanese, con cui le cose vanno bene, dai. Insomma ragazzi, da due settimane sono ufficialmente una dottoranda della grande università di CittàPiovosa.

Pensavo avrei pianto, mi sarei disperata, sarei stata tristissima. Invece, a quando pare, ho pianto talmente tanto prima di partire che ora mi sembra tutto relativamente normale. Ho dei colleghi, un lavoro (perché sì, questo dottorato è un lavoro), delle coinquiline e una routine. Insomma, la vita procede.

Però, però, ci sono delle cose che mancano. Innanzitutto i biscotti buoni, dei tagli decenti di carne e l’olio extravergine. E il profumo dell’erba di casa, la risata di mia sorella, Moroso in un altro stato, gli amici che sul gruppo whatsapp scrivono “ci vediamo stasera a cena” e io non ci sarò. Insomma, sarò banale, ma non è scontato essere da sola a CittàPiovosa. Anche con colleghi, coinquiline e burocrati, anche se non si è tristi, anche se si riesce a essere sereni, ci si sente sempre un po’ soli quando si pensa a casa.

Heimweh.

Tutti parlano sempre di Fernweh. Troverete mille blog a riguardo, illustrazioni, spiegazioni. Ma io credo che la vera parola che descriva la vita sia in fondo Heimweh.

​Heimweh vuol dire nostalgia. Sembra facile, è un sostantivo che si impara in fretta e non si dimentica facilmente. Perché, come la greca nostalgia, è il dolore della casa. Ma non proprio. È il dolore della patria. Il dolore dell’Heim. 
Ma Heim non è altro che il mistero, Geheimnis, che avvolge tutto quello che viviamo e che facciamo e ogni volto. Il mistero che ci porta in giro e che ci fa amare, che ci fa salire sugli aerei e cucinare per qualcuno, che ci mette in ginocchio o ci lascia in silenzio.
Io credo che tutto questo abbia a che fare con dei luoghi. Io credo che la verità abiti degli spazi anzi, che abbia bisogno di farsi spazio. Non per forza in un posto solo.

[Lasciare Innsbruck è sempre un dolore. Certo mi manca Un Paese, certo non vedo l’ora di rivederne i profili e tornare da chi mi aspetta. Ma solo con questa città succede che la malinconia di ciò che si lascia superi la gioia per la destinazione. Perché lasciare queste montagne è sempre il più silenzioso dei dolori, lasciare il cielo azzurro sulle baite e le case colorate e il profumo della serenità totale. Qui il tempo scorre in un modo tutto suo – in silenzio, discretamente, in modo melancolico ma dolce. Qui ho imparato a voler bene, ad apprezzare la solitudine dopo averne sofferto tanto, a infornare il pane per qualcuno e a godere in silenzio della presenza altrui.E lasciarti ancora, Innsbruck, fa male di quel male silenzioso che non si riesce a condividere nemmeno se si cercano le parole migliori e le si pesa con equilibrio.]

Forse che si possa avere una Heimweh per un luogo diverso dalla propria Casa? Forse che la vera patria sia quella del mistero che lentamente mi sta facendo abitare questi luoghi? Forse che alla fine la nostra Heim sia davvero fatta di “quello di cui è fatto il cuore”?

Degli inizi e altre paure

Alle volte iniziamo qualcosa solo per la paura di non poter trovare altro da iniziare. Ci imbarchiamo in strane avventure perché ci sembra che, in un modo o nell’altro, la vita ci abbia portato ad accettare qualcosa che si è improvvisamente presentato alla porta. Nel mio caso un dottorato grande, grosso, enorme, su suolo teutonico. Partirò tra qualche giorno, senza esserne troppo sicura ma senza forse nemmeno volermi arrendere prima ancora di poter clamorosamente fallire – o magari vincere il caso, chissà. Un impegno che mi porterà lontana da chi amo e da chi mi ama – ma so che il cuore sapiente e generoso di chi lo fa non vorrà abbandonarmi nemmeno lassù. Mi ha già portato su suolo britannico, qualche giorno, come a pregustare un pezzo di quello che sarà. Un assaggio misto tra la curiositá e la paura, tra i volti già visti e quelli nuovi, tra cibo ributtante e vuote cattedrali. E un aeroporto che si è tenuto la mia marmellata, che a me liquida non sembra proprio.
La dottoranda con le valigie è seduta sul l’ennesimo bus, ed è già stanca di viaggiare. Perché lo sapete, lo dico bene o male ogni volta che scrivo, una dopo un po si stufa delle valigie da fare e disfare, e sente proprio il bisogno di stare a casa. O con chi ha una casa nel cuore per me (anche solo una stanza mi basta).
Ma la dottoranda con le valigie sa che ogni volta che riparte, che sia per piccole o grandi avventure, lo fa solo per la grande promessa che sta dietro tutto questo, lo fa solo per fare la strada camminando, per fare un po’ se stessa, camminando. Per provare a fidarsi di chi, ancora una volta, la manda lontano. Con una buona connessione internet e uno zaino blu pieno pieno sulle spalle.

J’habite à deux minutes à côté de la gare

Circa un anno fa, forse qualche giorno in più, si passeggiava sotto una strana collina qui in città e nacque la promessa, qualunque cosa fosse successa, di essere nuovamente qui tra un anno. Ci siamo concessi, per fortuna, lo scarto di qualche giorno – per fortuna. Ora sono qui, abito in un quartiere diverso, le montagne si vedono di meno ma comunque se le cerchi sbucano subito tra i tetti. Ho appena sfornato una torta, mentre aspetto che chi propose quella promessa arrivi in stazione. E stavolta ha ragione Gerard, J’habite veramente à deux minutes à côté de la gare.

“Vedrai, Innsbruck troverà il modo di farti tornare, non ha ancora finito con te”. Lo diceva il mio professore di tedesco proprio un anno fa, mentre io mi scervellavo per capire dove sarei finita, nella vita. Senza troppo credere che sarei riuscita a tornare qui, anche solo per un poco. Sapete, mi succede sempre così. Vivo una città, poi la lascio pensando che non la rivedrò più. Dico addio al fiume, alla neve sulle cime, alle strade di cui finalmente avevo imparato qualche nome e mi trascino via le valigie. Poi, però, circa un anno dopo o magari anche di più, qualcosa succede (cercato, o capitato) e mi riporta proprio lì, dove ormai tutto sembrava finito. Ed è bello, sapete, poter tornare dove non c’era più nulla in sospeso, eppure sembra quasi che tutto stesse aspettando proprio me. E’ una sensazione preziosa, quella data dall’esperienza di sentirsi a casa propria in luoghi che si sono anche sofferti, ma che in un modo o nell’altro ti richiamano sempre.

E Innsbruck, anche se solo per un’estate, mi ha richiamata a sé. Dovrò lasciarla ancora, questo è chiaro. Ma alla fine, come tutti i grandi amori, uno è costretto sempre a ritornare.

 

 

 

Case vuote e titoli da adattare

A guardare il mio blog sembra che io sia ancora un’universitaria – o meglio, a guardare il sottotitolo. Tutto questo perché non mi sono mai presa la briga di cambiarlo. Pigrizia, inconscio rifiuto della situazione, non so.

Sono passata da un “diario di una disoccupata spesso in Olanda” al “diario di una maestra in giro per le ferie”. Insomma, comunque sempre in movimento, comunque a contatto col globo – fortuna che insegno in una scuola inglese e mi trovo con marmocchi dall’Ungheria agli Emirati, e il mio bisogno di mondo vero può essere facilmente soddisfatto.

Ma guardando questo titolo presto da cambiare (ma non vi svelo ancora cosa diventerà, non so se per scaramanzia o che, ma ci aggiorneremo a breve) stranamente non ho pensato al mio status sociale, quanto piuttosto agli appartamenti che sto chiamando casa. Alle stanze che sto abitando da quando sono uscita di casa (Casa, quella vera, un Paese che mi aspetta ad ogni ritorno).

Due appartamenti grandi nella grande Città – abitati con tutta la vita e l’ardore della vita universitaria, con grandi amiche, con tanti racconti e bei divani di pelle, quelli a cui d’estate ti si appiccicano le cosce.

Due stanze diverse sullo stesso piano di uno studentato tra le Alpi, stanze in cui scoprire che anche una sconosciuta coreana può desiderare la stessa vita che desideri tu e in cui trovare inaspettatamente qualcuno con cui viverla, la vita – e in cui godersi le montagne dal balcone mentre stai su skype con quelli che ti aspettano a Casa, e nelle case milanesi.

Un bilocale nuovamente in Città, una piccola tana bianca senza Bianconiglio che profuma sempre di lavatrice e vaniglia, un rifugio da chiamare casa insieme a chi senza clamore un po’ è sempre stato Casa. Tutte case che pian piano si svuotano, rimangono alle spalle, non ne ho più le chiavi.

E a breve ne arriveranno altre – una casa sulle Alpi, ancora, anche se solo per poco. In cui vivere un’estate che aspetto da tempo, un’estate che vorrei fosse solo montagne, silenzi e fotografie piene di luce. E poi, beh, poi ne arriverà un’altra, e un’altra ancora. Ma per queste è ancora presto. Ora, è quasi tempo di valigie, è quasi tempo di prepararsi nuovamente alle mie montagne, a Chi ancora mi aspetta un po’ più in là.

[Soundtrack:  ]