Da una capitale all’altra

La dottoranda con le valigie ha dovuto fare ancora una volta le sue solite due valigie e uno zaino blu, lasciare il posto che inaspettatamente ha voluto diventare casa, e ripartire. Quando ho iniziato questo dottorato e ho guardato al calendario di tre anni davanti a me non avrei mai pensato di essere stanca, a un certo punto, di cambiare casa ogni 3 o 6 mesi. Non so per quale follia mentale, credevo che ce l’avrei fatta senza problemi. Ed è andata sempre bene, e sta ancora andando bene. Una settimana fa, dopo appena due giorni in famiglia, ho ripreso un aereo e mi sono stupita di quanto sia veloce cambiar casa ancora una volta. 2 ore tra aereo e metro, e sto abitando un nuovo luogo. Per soli tre mesi, una delle città da me sempre sognate diventa realtà – non so se diventerà casa, ma non lo si sa mai all’inizio. Mi sono spostata da una capitale all’altra – questa molto più vivibile, molto più rilassata. Una qualità della vita così non l’avrò mai altrove, credo. E un anno fa, quando mi si chiedeva dove avrei voluto vivere, rispondevo con risposte che mai avrei potuto immaginare, anni prima. Rispondevo che mi interessava poter girare in bici, mangiar bene, non avere problemi. Tutte cose sacrosante per carità.

Eppure, eppure, come sempre c’è un eppure. Bella la qualità della vita nella mia amata Germania, bello girare a piedi, bello mangiar bene. Tutto stupendo e necessario. Ma ora che casa è diventata così chiaramente un luogo preciso, un luogo che in verità è un non-luogo (quando casa diventa un insieme di persone e gesti anche se il luogo in sé, per la prima volta, poco conta), ecco che diventa difficile chiamare casa un altro luogo. Diventa difficile pensarsi tre mesi così, a sei ore di distanza sugli orologi, con un oceano in mezzo, a vivere vite parallele. Diventa difficile MA, ragazzi, s’ha da fare, perché la casa è lì che aspetta, e questa Germania non è altro che una domanda che urge: cosa conta, davvero, alla fine?

 

 

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Le coppie in stazione

Quando sono su un treno non riesco mai a fare a meno di notare le coppie in stazione.

Forse ci faccio caso perché per anni sono stata una di loro.

Ora i viaggi di lavoro mi han portata quasi ad essere più una da coppie all’aeroporto.

Ma non so perché, le coppie in stazione rimarranno sempre le mie preferite.

Le coppie in stazione sono belle perché non sai mai quando si rivedranno: è un addio appena per due giorni? Una settimana? O è uno di quegli addii lunghi, un mese o due o, peggio, l’addio di quando non c’è ancora un appuntamento fissato?

Le coppie in stazione sono belle perché uno dei due si china sempre verso l’altra per un bacio che sembra una cosa veloce e invece poi si fermano sempre un secondo in più – appena uno, forse due – di quello che ci si sarebbe aspettati.

Le coppie in stazione sono belle perché sono sempre impacciate: non sanno mai quale debba essere l’ultimo gesto. Un bacio? Un abbraccio? Un “ciao”? Qual è il modo migliore di salutarsi, all’ultimo secondo?

Io non l’ho mai saputo. Mi sono sempre preparata con frasi giuste, ad effetto, perfette. Ma poi l’ultima frase è sempre un “oddio ora perdo il treno” o “dove ho messo il cellulare”. Io non l’ho mai saputa veramente gestire perché essere una coppia da stazione è bello quando lo pensi e quando ne scrivi. Ma poi.

 

 

Cosa ti insegna fare ricerca

Ieri ascoltavo questa canzone, “All I want”, dei Kodaline. Quella canzone racconta la mia storia d’amore con l’Austria. E con tutto quello che l’Austria comporta. Innsbruck. Quella città che continua a chiedermi, ogni volta che ci penso, “if you loved me, why did you leave me?” Il posto, esclusa la patria, che più amo al mondo, la città dove tornerei ogni istante, dove vorrei dormire, mangiare, respirare, camminare, sempre. Tutto. Io a Innsbruck devo tanto, e non smetterò mai di volerci tornare. Mai.

 

Però mi sto accorgendo sempre di più che i piani della vita sono sempre un po’ più grandi e imprevedibili dei nostri. Ci pensavo stamattina mentre riflettevo su cosa significa fare ricerca, studiare. Significa -almeno per me- che non sai mai cosa ti troverai a indagare. Inizi un progetto di tre anni con una scaletta, dopo 4 mesi ti scopri a cambiarla tutta, dopo altri 6 mesi ti trovi a leggere libri che mai avresti potuto immaginare di aprire.

I momenti più belli del mio dottorato, ad oggi, sono quelli in cui alzo la testa dai libri dopo 3 giorni di studio intenso e mi chiedo “ma come sono arrivata a questo tema?” – stupita. Di gioia. Perché non era in piano, perché non ci sarei mai dovuta finire, e invece ci sono. Al di fuori di ogni previsione.

Ecco, dalla ricerca io sto imparando che la cosa più giusta è fare i piani, e provare a seguirli, perché senza non vai da nessuna parte. Ma la cosa più gustosa è lasciarsi guidare, tra i vari piani, da quello che semplicemente succede. Accade. Quasi senza di te, mai senza di te. Quello che ti scopri a vivere e a chiederti “ehi, ma io come ci sono arrivata qui?”.

Ecco, è così che mi sono svegliata questa mattina. Mi sono guardata intorno e mi sono scoperta, ancora una volta, anche se sono qui da quattro mesi, in un luogo in cui non avevo previsto di essere. In una città così diversa, in un altro continente, in un altro tutto. Che, proprio fuori da ogni previsione iniziale, mi sta insegnando a riguardare indietro a tutto il resto. Mi sta insegnando, tramite i suoi nuovi doni, a capire i doni che ho ricevuto in tutti gli altri luoghi, in tutte le altre stagioni.

 

Sia chiaro: non sto parlando di non attaccarmi troppo a un posto perché potrei perderlo o queste baggianate che si dicono per fare i cinici col cuore di pietra. Non sto dicendo questo. Tutto il contrario. Mi sta insegnando ad amare ogni luogo, ogni volto, ogni mese di questi continui viaggi. E mi sta insegnando che niente è slegato, che nessuno di questi tanti luoghi è separato dall’altro. Mi sta insegnando allora che non lasci mai davvero un posto, se lo ami davvero. Semplicemente lo consegni, lo affidi nelle mani di un altro. Mi sta insegnando che alla fine aveva ragione Calvino.

A ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più di avere.

 

(nuove) Riflessioni di un’Italiana in America_Parte Seconda

Siamo a quota quattro mesi in America. Molto è successo, ancor di più sembra in vista.

E dopo quattro mesi, nuove scoperte si affacciano nella quotidianità della vita. Cose apparentemente ovvie, ma che scopro sempre più radicate nel modo di essere e non appena nelle apparentemente casuali differenze culturali.

Gli americani mangiano nei fast food, nelle catene, in questi posti orribili dove vai perché il tuo scopo è mangiare. Vuoi mangiare, vai, ti siedi, mangi in 10 minuti. Bisogno soddisfatto, ti alzi, te ne vai. Se anche ci vai in coppia o con gli amici, raramente rimani seduto dopo il pasto – eri lì per mangiare, fine. E il pranzo del ringraziamento? direte voi. Vero, tutti intorno a un tavolo imbandito. Ma sapete, anche lì: tutto è già a tavola. Tutto viene servito subito, come in un buffet. Non esistono portate, non esiste l’attesa, la pazienza, la sensazione di dover aspettare perché arrivi la tua parte preferita. No: tutto è già sul tavolo fin dall’inizio, poi scegli tu cosa vuoi. Se vuoi arrivare subito al tacchino, fai pure.

Gli italiani, o almeno quelli che amo io, mangiano per stare insieme. Il pasto è un momento sociale, uno strumento per prendersi cura di qualcuno, per condividere, per amare. Se sei solo, quel gesto è solamente nutrirsi. Quindi con gli amici, in coppia, vai al ristorante, prepari una cena. Tutto è lungo, lento, a volte estenuante come un pranzo di Natale in famiglia — per il semplice fatto che, anche se diciamo sempre che il punto è il cibo in sé, il vero punto non è affatto il cibo: sono le persone. Allora il cibo diventa un medium per altro, e paradossalmente un medium che vuoi gustare fino al minimo dettaglio, fino all’ultimo secondo. Per questo io odio parlare di quello che abbiamo nel piatto, soprattuto se cucino io: perché il cibo che preparo è uno strumento per stare insieme. Mentre mangiamo io vorrei che ci si dimenticasse persino quel che si sta mangiando perché a prendere il primo posto sia la persona che hai di fronte – per questo allora il cibo deve essere perfetto. Così che tu non debba nemmeno pensare al sale che manca, al retrogusto di bruciato. Ecco: noi ci gustiamo ogni cosa perfetta, di per sé, ma solo per prendersi cura dell’altro, di per sé.

 

Oppure pensate allo sport. L’America è il mondo del baseball, del football: tutto si gioca in un azione di 20, 30 secondi. Quello che succede prima, dopo o durante a malapena te lo ricordi – è preparazione inutile, perché la vera azione si gioca in quei 20 intensissimi secondi. Euforia collettiva, tutti aspettano solo quello, tutti desiderano solo quello. Il momento arriva, lo bruci, urli un po’, e due giorni dopo lo ridesideri di nuovo, perché nient’altro può darti quella sensazione.

In Italia, noi si è la terra del calcio. Di 90 lunghissimi, esasperanti minuti in cui non sai mai quando arriverà il goal. E proprio per questo ti godi ogni istante. Ogni passaggio conta, ogni dribbling, fallo o contropiede verrà ricordato, se eseguito con eleganza e maestria. Il goal, certo, conta tantissimo – andiamo allo stadio per quello no? Ecco: no. Noi andiamo allo stadio per tutto quello che ci sta attorno: il tifo, i calciatori che escono dallo spogliatoio, le strette di mano, l’inno, i primi calci. Altrimenti guarderemmo i goal in tv il giorno dopo e ci basterebbe. Invece tutto conta, tutto merita, non appena perché ti porterà al goal, ma di per sé. E se tutto sarà fatto a dovere, il goal sarà solo il coronamento di una partita spettacolare in ognuno di quei 90 bellissimi minuti.

 

Ecco, prendete tutto queste riflessioni apparentemente ovvie sulla cultura americana del “tutto subito” e sulla maniera tutta italiana di godersi la vita, mischiatele un po, e provate ad appiccicarle sotto la colonna “relazioni interpersonali”. Ne usciranno le sensazioni di un italiana incastrata, sempre di più, in America, vuoi per lavoro vuoi per affetti. Un italiana qui può solo sentirsi così: come un’eterna amante del momento qualunque in una società dell’istante decisivo, un’appassionata dei pasti lunghi costretta a mangiare un burrito, un’innamorata delle cose lente e durature in un mondo che vuole tutto e subito. Non che tutto faccia schifo per carità. A volte ai giri di parole è bello preferire un po di schietto discorso diretto (ma in verità no, non ci credo nemmeno io: viva il giro di parole), e tante volte fa bene al cuore sentirsi dire le cose come stanno senza imbarazzi o reticenze. E sì, ci sta anche l’eccitazione del football, credo, forse. Però, però. Volete mettere a confronto una tavola su cui tutto è già stato imbandito a mò di buffet, con in mezzo un tacchino asciutto, con il pandoro al mascarpone alla fine di un pranzo di 4 ore e 10 portate in cui ogni membro della famiglia ha potuto dire la sua, alcuni urlando e altri tacendo, rendendo anche questo Natale memorabile? Volete paragonare uno dei millesima touchdown raggiunto dopo una corsetta di 10 secondi con gli abbracci sugli spalti quando dopo 119 estenuanti minuti Grosso segna il rigore che ti fa diventare campione del mondo?

 

No, non potete. Abbiamo già vinto noi.

Perché alla fine il vero amante può essere solo italiano.

Non a caso Casanova mica è nato in Illinois.

Riflessioni di un’italiana (germanizzata) in trasferta in America

Condivido solo ora, a distanza di due mesi, pensieri messi su carta ormai due mesi fa. Sempre attuali, ma è un po’ un ongoing business. A presto nuove considerazioni dalla dottoranda con le valigie.

 

Sono in America da due mesi e sto scoprendo tante cose. Sto scoprendo che i ventenni qui vanno a letto alle dieci, non usano Whatsapp e usano ancora scrivere “lol”. Sto scoprendo che sono anche delle bellissime persone, che hanno interessi profondi per la verità, che cercano fino allo spasmo nei loro studi, nei libri, nei viaggi. Gli americani, avranno pur tanti difetti, ma sono questo: sono dei gran cercatori di grandi verità.

Noi in Europa forse questo abbiamo un po’ smesso di farlo – abbiamo smesso di crederci. Mentre al di là dell’oceano aleggia speranza, tanta speranza, noi alla ricerca della verità definitiva ci siamo un po’ disaffezionati. Forse addolorati dalle delusioni, forse per le poche risposte che ci é sembrato di vedere, ma abbiamo un po’ smesso di gridare ad alta voce le nostre verità – fossero anche solo abbozzate.

In due mesi di America Però ho intuito, forse a torto o chissà, che la ricerca della verità, come quella della felicità, puó prendere una piega strana. Non ho ancora individuato l’origine di questa piega, ma provate a seguirmi lo stesso – magari la individuiamo insieme.

Ho cominciato a pensare a tutto questo dopo due mesi. Quando cominci a conoscere le persone abbastanza da pensare di esserci quasi “amica”, ma non ancora abbastanza da poter essere sicura di ogni passo, anche di un passo falso. Ed é proprio da un passo falso che tutto si capisce.

Qui in America tu sei quello che fai. Nella terra delle opportunità e delle speranze, il modo più sensato per guardare alle persone é chiaramente il modo in cui si usano le opportunità e si fanno fruttare le speranze. Qui alla fine vieni ascoltato per quel che hai da dire, che é molto bello per carità, ma il tuo nome conta poco o niente – conta solo la scelta che ha fatto. Che sia chiaro: puoi cadere tutte le volte che vuoi. Puoi, anzi devi fare, tutti gli errori possibili. È la cultura dell’errore: sbaglia tanto, sbaglia in fretta. Fai tutti i tuoi errori così da imparare. Ma vedete, anche qui gli rimane nelle ossa: devi sbagliare per imparare, così da non sbagliare più e arrivare in alto.

Magari non sempre, magari non con tutti, ma in ultimo nelle ossa di ognuno rimane questa idea. Ne sono fatti, costituiti, intrisi tutti quanti, anche i cuori più buoni. Perché tutti i cuori lo sanno: io sono di più, io voglio di più. Nessuno vuole essere guardato per quel che fa: per gli errori e le nefandezze, ma nemmeno per i brillanti risultati ottenuti. Eppure si fa così: tu sei i tuoi risultati. E di solito tutto procede bene, perché ottieni bei risultati. Nessuno ammetterà mai di stimarti per quel che dici o scrivi, per quel che guadagni o dove vivi. Però, sotto sotto, sottopelle come quelle ossa di cui sopra, é così. Per accorgersene basta dare tempo al tempo: al primo fallimento sarà chiaro. Alla prima cazzata fatta magari ti verrà detto “so che sei più di questa cazzata”, ma dieci minuti dopo chi te l’ha detto sparirà, smetterà di ascoltarti, di esserci. Perché dai, chi vuole stare con un fallimento?Chi vuole ascoltare qualcuno che non ha niente di intelligente da dire? Nessuno, logico. La stima é qualcosa da meritarsi, e la si perde con un soffio. Parlando in inglese, le decisioni si “fanno”. É la lingua di questo modo di guardare le cose, in cui tu sei quello che hai deciso di fare di te, del modo in cui hai deciso di porti, di farti.

Tutto questo noi Europei l’abbiamo superato da un pezzo, a parer mio. Ci siamo stufati molto in fretta del moralismo, del guardare ed essere guardati per quello che facciamo. Ce ne siamo stufati in fretta per il semplice fatto che sappiamo, molto bene, di essere dei disperati. Ci piace chiamarlo senso del dramma: l’abisso tra l’ideale e la realtà dei fatti é talmente enorme che non facciamo nemmeno più finta di giudicarci l’un l’altro a seconda della vicinanza all’ideale. Se sbagli sei un condannato per un po’, sulla gogna mediatica o su quella quotidiana – ma dopo un po’, alla fine, cosa importa? Un dramma che diventa tragedia nella distanza di un passo: la promessa intravista nell’ideale é talmente impossibile da compiersi che tutto, ogni opzione, diventa nulla e, per quanto tu possa insistere, alla fine la verità se anche esiste rimane lontana e se ne infischia del tuo dolore. Un dolore che sorge alla fine dal rifiuto del compromesso. Non ci vogliamo accontentare, non ci basta un buon lavoro e una bella casa – vogliamo tutto, ma non possiamo averlo. E allora, se il dramma si trasforma in tragedia, la tragedia si trasforma in poesia. Siamo davvero la terra della “ginestra”: a malapena sappiamo quel che ci succede e perché, ma non possiamo spararci in faccia perché alla fine tu, in un modo o nell’altro, sei più di quel che succede. Sei un fiore fragile e pronto alla fine, ma sei pur sempre un fiore, e come tale ti guardo.

[Per questo uccidiamo i nostri padri. Gli americani uccidono gli sconosciuti in piazza, a scuola, ovunque – uccidono chi é riuscito laddove loro falliscono, uccidono chiunque gli ricordi il fallimento. Noi invece uccidiamo i nostri padri, uccidiamo chi ci ha promesso tutto, chi ci ha fatti per una promessa che la vita non ha saputo mantenere]

Allora pensavo. In italiano, le decisioni si “prendono”: magari c’é qualcuno che te le porge mentre vacilla con te sul precipizio, oppure davanti all’angoscia delle mille scelte tu puoi tirarne su una o l’altra. Siamo la terra di quest’angoscia, di questo non essere mai davvero contenti con niente, del farci forza a vicenda davanti a quel briciolo di senso che rimane, se rimane.

Noi forse abbiamo smesso di crederci, nella verità. Però qui oltreoceano, ragazzi, qui la verità si é messa addosso un vestito molto stretto. Quel vestito per cui le tue azioni sono tutto, tutto. Alla verità non é più concesso darsi in modi sorprendenti, fuori dai tuoi schemi, magari dentro un amico che sbaglia o in un discorso non troppo intelligente ma detto camminando insieme. La verità é una, fine. E questo io sto imparando ad apprezzarlo, a tratti: la verità va mostrata, difesa, annunciata al mondo – puoi persino morire per lei, quanto l’hai trovata.

Noi Europei non ci crediamo più a questa ricerca. Non ci basta. Non abbiamo più speranze, siamo allo stremo delle forze, non ci va proprio più di alzarci ancora per qualcosa che non ci salvi fino al midollo. Non abbiamo più voglia di provare, vogliamo una risposta che non solo sia una, che sia vera, ma una risposta che sia capace di salvare tutto di noi. Non solo le cose intelligenti che diciamo, non solo le decisioni giuste che prendiamo ma tutto, proprio tutto. Vogliamo, abbiamo un bisogno disperato di qualcosa che metta in salvo la ginestra dalla lava, qualcosa che non tremi mentre le case sono scosse dai terremoti, qualcosa che non venga travolta dalle inondazioni. Non vogliamo ricostruire pieni di speranza: vogliamo qualcosa che non crolli. E quel qualcosa non può essere la speranza in sé: abbiamo smesso di crederci.

Dopo due mesi in America insomma, ho capito che quando credi così tanto in te stesso e nel tuo sogno americano, da buon figlio di Washington guarderai sempre un po’ dall’alto in basso noi figli di Sofocle. Però ho pensato, per un istante, alla lingua che ho fatto mia  nei lunghi mesi in trasferta teutonica. Ho pensato che alla fine la soluzione giace forse nelle fila di una lingua che ha dato qualcosa all’America, ma che non ha mai negato un grande amore per noi del sud del mondo.

Parlando in tedesco, le decisioni si “incontrano”. Ecco perché il tedesco, alla fine, é un po’ la mia lingua preferita. Perché mi piace pensare che ci sia qualcosa o qualcuno che viene incontro, e sono convinta che questa sia l’unica vera possibilità per uscire dal dualismo del tragico o della speranza morale. Qualcosa o qualcuno che ti viene incontro, che un po’ si nasconde e un po’ si fa vedere, che puoi incontrare per strada mentre peregrini per il mondo. Che alla fine non sei tu a farlo o a prenderlo, ma lui a farsi incontrare. Che alla fine la verità, prima di essere qualcosa per cui morire, potrebbe essere qualcosa che si lascia incontrare – magari proprio morente.

Un po’ di eterno

Ancora, triste
per delle cose stupide
per un party organizzato da reschedulare
per chi vorrei che mi fosse amico e invece scappa
perche mi manca un amore svanito e non so cosa fare
perche vedo le persone scivolarmi tra le dita e penso a quandole lasceró per sempre,
quando lasceró questo posto

 

ma non perche questo posto é QUESTO posto
ma per ogni POSTO che ho lasciato

ogni luogo che ho chiamato casa e che ora non lo é piú
ogni amico lasciato indietro
che ora sento solo su whatsapp
sono solo triste
perche non sono fatta per questo

io voglio qualcosa di eterno
e tutto sembra passare
tutto,
di passaggio.

Datemi un po’ di eterno.

 

Per avermi ascoltata

Qualche giorno fa pensavo ad un episodio di Scrubs in cui Elliot si scopriva sola e triste perché nessuno le chiedeva aiuto su delle piccole cose, tutti contavano su qualcun’altro. Mentre ci pensavo obiettavo a me stessa: no, non é cosí, alla fine la cosa piú brutta é non avere nessuno a cui parlare, non tanto non essere quella a cui gli altri chiedono aiuto. E lo penso ancora un po’, sia chiaro – quando hai una crisi di panico e tutte le persone che potresti chiamare stanno dall’altra parte dell’oceano non é che sia mica poi facile.

Peró.

Oggi studiavo in biblioteca con una nuova amica americana (che in veritá é canadese: gli US non riescono a produrre gente cosí vera, sembrerebbe) dopo averla portata a bere un caffé e chiaccherare con lei dell’amore, del futuro e delle domande della vita. Insomma, un normalissimo caffé dei miei. Dopo un paio d’pre di studio in silenzio lei si alza per andare a casa, mi guarda sorridente e mi sussurra, senza disturbare gli altri in biblioteca, “Grazie! Per avermi ascoltata”. Io rimango esterrefatta mentre lei se ne va, comincio a chiedermi se fosse ironica o meno. Perché sapete, io non sono mai stata una brava ad ascoltare. Io parlo. Io blatero, racconto le mie cose, dico sempre tutto e straparlo. Poi ho ripensato a ieri sera, quando un nuovo amico (anche lui, non americano) é voluto passare a casa mia dopo essere atterrato da un viaggio di 12 ore per raccontarmi la sua settimana a casa, i suoi pensieri, i suoi problemi. E allora mi sono accorta che forse é vero, forse tutti questi viaggi e queste nuove amicizie non solo mi hanno insegnato a raccontare di me anche a chi conosco da poco, che anche loro possono darmi qualcosa – forse tutti questi viaggi mi hanno insegnato anche ad ascoltare. Poco, non troppo, non ancora abbastanza forse, credo mi manchi ancora qualcosa. E me ne sto accorgendo perché non é che io stia zitta perché non ho niente da dire – oh, Dio solo sa quanto potrei blaterare anche di cose di cui non so nulla. No, credo che pian piano mi stia accorgendo di cosa davvero abbiamo tutti bisogno, anche se facciamo finta di no. Perché alla fine, dopo un week end del Ringraziamento in cui sostanzialmente sono ancora una volta morta a me stessa, in cui vecchi pensieri sono tornati a tormentarmi e in cui di bellezza ce n’é stata poca, avere qualcuno da ascoltare, qualcuno che spera di poter contare su di te, é davvero un nuovo pezzo di me che si costruisce. E non sono sicura che sia meno importante di quello che supera le crisi di panico telefonando a qualcuno, avendo qualcuno da cui essere ascoltata.

Boston profuma di Berlino

Boston profuma di Berlino e la metro sa esattamente di Deutsche Bahn.
Il profumo della metro tedesca è qualcosa che segna la mia vita da pellegrina da tempo. Mentre aspettavo la metro all’aeroporto, all’improvviso, l’ho sentito. Non ci volevo credere, ma qualche fermata dopo mi sono accorta che è proprio lui.
Ho chiuso gli occhi due secondi e mi sono pensata a Berlino, 7 anni fa, quando non avrei mai avuto idea di potermi trovare qui, ora, per una conferenza di teologia.
Ho pensato che sarò ancora a Berlino, tra qualche mese, e mi è venuto da sorridere così, da sola, alla fermata Government Center della linea verde di Boston.
Ho saputo chiamare tutto questo, dopo tanti anni, un MPP, in momento di pura perfezione, anche in tutto il dolore di questi giorni. Per la prima volta, ho riconosciuto un mpp dentro lo strazio.
Perché anche se faccio ancora gli stessi errori di 7 anni fa, se a volte ho ancora gli stessi dubbi di 7 anni fa, alla fine le miglia macinate, gli amici guadagnati, i pezzetti di me persi e ritrovati raccontano una grande storia e a volte mi regalano pensieri e memorie di cui esser solo grata, immensamente grata.

Riflessioni sparse dall’America

Sono stati mesi brutti. Mesi difficili, mesi anche bellissimi a volte. Ma in ultimo mesi brutti, di fatica, di dolore, di solitudine dentro. Oggi sono rientrata su questo vecchio e abbandonato blog per mandare il link ad un amico, per dirgli “ecco chi ero”. In veritá gli ho mentito, gli ho detto “ecco chi sono”. Ma la veritá é che non sono piú tanto questa, quella che scrive, quella che soffre e mette in parole tutto. Sono diventata un po’ una morta a me stessa. Ho smesso di leggere, di piangere, di pensare, di scrivere sulle cose, sui film, su di me. Sulla vita di una dottoranda con le valigie. Ho smesso per tutta la primavera, per tutta l’estate, perché io sono una che soffre e scrive in inverno, ma si spegne appena tutto disgela. Sono una marmotta al contrario, ecco.

 

Peró, quest’estate, é successo qualcosa. Una notizia, di poca rilevanza per voi, mi ha svegliato dal torpore. Mi ha fatto ridomandare chi sono, chi mi chiama, per cosa vivo. Insomma mi ha un po’ risvegliata. E non é stato bello. Ha portato tanto dolore, tanto ma proprio tanto inimmaginato dolore. Svegliarsi a se stessi fa male, soprattutto se per romprere la crosta creatasi nel torpore si finisce per farsi anche male, per farsi venire le crisi di panico.

 

In tutto questo, la mia primavera e la mia estate sono trascorse a Milano, dove il dottorato mi ha portato ancora una volta. Tanti viaggi, tante cose di cui avrei voluto scrivere e che non ho fatto – ormai ho smesso di scusarmi anche con me stessa per questo.

 

Poi con l’autunno e Settembre é arrivata l’America. Il dottorato mi ha portato anche qui, per scelta piú che per dovere, una scelta che ha voluto dire poco e tutto. E qui in America sto imparando tante cose, che condivideró col mondo nel tempo, ma soprattutto sto imparando che non ho ancora imparato niente di me. Che a 26 anni, mentre la gente a casa prende le decisioni della vita, io sto ancora cercando di capirmi. E non lo dico in senso zen. Dico davvero: non ci capisco una mazza.

Overwhelmed

Non scrivo nulla da più di due mesi. Ci penso spesso, mi viene in mente, poi la vita mi fagocita nelle maniere peggiori.

 

Essere una dottoranda in una città più a nord del previsto (ma non così a nord, dai) è faticoso. E’ faticoso avere difficoltà con un professore, è faticoso essere sola in ufficio a volte, è faticoso essere in una storia a distanza, è faticoso quando tutto sembra oscillare in un’alternanza degna di una tredicenne. 2/3 giorni di gioia e cose belle, 3/4 giorni di tristezze e delusione.  E la fatica di essere sempre in giro, a volte, sembra vincerne la bellezza – quando collezioni ogni 10 giorni 6 ore di treno, ogni mese un aereo, ogni 6 mesi un trasloco.

 

Ma essere una dottoranda con le valigie sempre pronte, una dottoranda sempre in treno, sta anche regalando tante cose belle. Regala viaggi inimmaginabili fino a qualche mese fa, regala conoscenze che riempiono un po’ la giornata e fanno sentire meno sola, regalano amicizie in città a poche ore di treno, da raggiungere una volta ogni quindici giorni per ricaricarsi di tutto quello di cui c’è bisogno per vivere una vita da dottoranda in una città un po’ vuota. Soprattutto regalano certezze che, quando ci sono, sono ancora più forti di prima.

 

Per cui non scrivo, non chiedetemi perché. Forse faccio già fatica ad esprimermi con le persone che ho intorno, figuriamoci sulla carta; forse è solo che a volte spegnere il cervello sembra quasi meglio che scrivere. Ma spero di no.

Sono stata un po’ addormentata, un po’ affaticata, un po’ addolorata, insomma un po’ tutto. Overwhelmed, come ho imparato a rispondere ai miei colleghi per esprimere il tutto.  Ma mi riprenderò, prima o poi, giusto in tempo per condividere un po’ di più questa vita da dottoranda sempre in viaggio.